Le cento sorprese dei padiglioni esterni sparsi per Venezia

Padiglioni Esterni Venezia

Se pensate che le nuove frontiere dell'architettura siano un qualcosa di intrigante, sfizioso e creativo, allora organizzatevi con un buon paio di scarpe comode e iniziate a girare per la città in una sorta di caccia al tesoro. Già, perché al di là dei cancelli dei Giardini e delle mura dell'Arsenale, vi attende un intero universo architettonico: i padiglioni esterni, ovvero gli spazi di quei paesi, piccoli o emergenti che siano, che nel passato o non esistevano o non potevano neanche lontanamente pensare di far parte dell'élite invitata alla Biennale.

E così piani di palazzo, magazzini e fondaci presi d'assalto per dimostrare che anche chi è piccolo ha una sua dignità. Provare per credere: anche perchè l'ingresso è gratuito in tutti quanti. Appena usciti dalle Corderie dell'Arsenale, sbattete davanti al padiglione di Hong Kong, dove vi attende un'infilata prospettica di vasi con piantine e fiori variopinti, poi una specie di grattacielo argentato all'esterno e giallo all'interno che vi introducono in una stanza molto grande che assomiglia a un market alternativo, pieno zeppo di progetti, magliette, zaini, fotografie e video.
Che c'entra questo con gli architetti? C'entra e lo spiegano per benino i curatori che affermano convinti che cercano di salvare «Hong Kong dalla stasi dei grattacieli senza forma». E se all'interno della mostra istituzionale avete avuto l'impressione che le idee espresse fossero concetti inapplicabili alla realtà edificabile, entrando nel padiglione di Taiwan cambierete idea. « Sono progetti reali che verranno realizzati il prossimo anno» spiega una gentile signorina dagli occhi a mandorla in perfetto inglese.

Una piccola stanzetta riempita da plastici di case, agglomerati urbani, ville e fattorie che nelle intenzioni dei giovani progettisti cercano di superare il normale «concetto abitativo» creando edifici che si integrino con la natura in una visione bucolica e celestiale. Se invece vi piacciono le questioni più cervellotiche, non vi potete perdere il piccolo spazio della Lettonia, di incredibile fascino e foriero di forti emozioni. I due giovanissimi architetti ex sovietici infatti hanno fotografato al microscopio elettronico granelli di polvere, schegge di legno o frammenti di calcestruzzo regalandoci così la loro metamorfosi: ciò che prima, a occhio nudo, pareva solo un micro oggetto, ora pare un'atmosfera, il che li porta a concludere che lo spazio non finisce con le pareti o il pavimento ma prosegue all'infinito.

A parlare di città vere proprie è il museo nazionale di Taipei, che al Palazzo delle Prigioni ha creato «Dark City», con sei giovani architetti che con una serie di pannelli in trasparenza, video e due pareti con tubi verticali illuminati e fluorescenti raccontano la rivitalizzazione notturna delle città asiatiche. Sulla condivisione dei luoghi, intesa come espressione di un pubblico sentire, non potete non andare alla stazione di Santa Lucia, dove nel piazzale troneggia una meravigliosa scala in legno, che porta sì verso il nulla, ma che può essere vissuta come il punto focale dove incontrarsi, guardare, fermarsi e riflettere sullo stato dell'architettura contemporanea.

Se invece siete un po' dei nostalgici, inevitabile la visita a palazzo Franchetti in campo San Vidal. Lì potrete immergervi nello spirito di Jorn Utzon, l'architetto artefice del Sidney Opera House, edificio ormai mitico con le sue vele spiegate verso il futuro, di una villa a Majorca ispirata alle vecchie case di mattoni o di una chiesa danese su tre corpi con il tetto asimmetrico. « L'architettura è finita», dichiara il portoghese Eduardo Souto de Moura che si può incontrare al Fondaco Marcello sulla riva opposta al traghetto di San Tomà. E allora lui si butta sui materiali, lo specchio per la precisione, creando così una mega installazione riflettente sia sul Canal Grande che all'interno di uno spazio oltremodo suggestivo. Un'architettura inquieta la definisce, ma forse era più azzeccato magica.