Antonioni a Venezia 'Vi faccio sentire la voce di Michelangelo'

Mostra Antonioni Venezia

Il 30 luglio 2007, vicino al novantacinquesimo compleanno e dopo oltre vent' anni di condanna al silenzio causata da un ictus che lo aveva privato della voce, se n' è andato Michelangelo Antonioni. Questa Mostra di Venezia lo ricorderà attraverso una galleria di sue interviste televisive curata e montata, per la Cineteca di Bologna per la prima volta produttrice, dal regista Carlo di Carlo che di Michelangelo è stato per decenni frequentatore assiduo, caro amico, stretto collaboratore, e della sua opera massimo filologo e studioso, meticolosa quanto acuta memoria vivente.

S' intitola Antonioni su Antonioni. La posta in gioco era quella di restituirgli la parola e - chi non ne ha avuto esperienza o ne ha perso memoria, o si ostina a perpetuare un luogo comune, si stupirà - la capacità comunicativa a lungo e dolorosamente negate. All' uomo prima che al maestro, prima che all' artista "della modernità": hanno un effetto più incisivo le interviste di costume a Maurizio Costanzo (1985, alla vigilia della malattia), a Raffaella Carrà, a Pippo Baudo, a Gianni Minà, che non quelle più specifiche e critiche a Pietro Pintus o Gianluigi Rondi: l' ultima volta, quest' ultima, che un intervistatore ha ascoltato le risposte di Antonioni.
Si mette in gioco, risponde volentieri e spesso spiritosamente alle abili sollecitazioni smentendo la sua presunta cupezza, freddezza, astrattezza, indifferenza alla realtà comune e quotidiana, il suo presunto pessimismo. E da settantenne quale è già al momento della maggior parte di queste testimonianze comunica (appunto: «sono stato perseguitato da questa benedetta incomunicabilità: ma se tanto se n' è parlato e se ne continua a parlare allora vuol dire che qualcosa sono riuscito a comunicare!») un senso di disponibilità, giovinezza, vitalità, curiosità e slancio notevoli e contagiosi.

Colpisce, tra gli altri, quel momento in cui confessa a Costanzo, con il suo stile timido ma anche semplice e diretto al medesimo tempo, l' incontro e l' amicizia con una monaca di clausura; un racconto intenso e pervaso di una speciale ed elegante, rispettosa sensualità. Viene da chiedersi se, pur dominando la conoscenza della materia utilizzata (Rai, Mediaset, telegiornali, ritratti e documentari di Gianfranco Mingozzi e Alberto Grifi: ha partecipato alla ricerca Ciro Giorgini), questo risultato dall' effetto così "inedito" non abbia sorpreso lo stesso Di Carlo. «Sorpreso no, ricordavo bene queste interviste e conoscevo bene Michelangelo. è però vero, credo, che risulta molto forte l' impatto con questi 53 minuti durante i quali Michelangelo parla ininterrottamente.

E il mio scopo era proprio quello di far risentire dopo ventidue anni di silenzio la voce che molti non ricordavano più o non avevano mai ascoltata. Soprattutto mi sembrava importante che colui che è sempre passato per introverso e schivo, per l' artista chiuso in sé che rifiutava di raccontarsi e aveva difficoltà a relazionarsi, si svelasse invece per quello che era davvero. Vorrei tra l' altro che si desse atto alla bravura dei Costanzo, Raffaella, Pippo. è vero che alla fine l' insieme produce un effetto di "inedito", malgrado si tratti spesso di brani da trasmissioni popolarissime come "Domenica in".

Comporre questo mosaico, senza alcun intervento da parte mia, mi ha permesso di dare l' idea di quanto Antonioni fosse un uomo pieno di vita». Antonioni è stato inseguito, perseguitato dalla convenzione che ne aveva fatto una figura lugubre, cui non poco hanno contribuito incomprensioni e rivalità interne al mondo del cinema. La "missione" di questo documentario è dunque quella di restituirgli l' interezza della sua umanità? «Precisamente. Michelangelo è stato un compagno di giochi ineguagliabile, con nessuno io mi sono divertito come con lui. Presentissima nella sua vita era la dimensione ludica come quella competitiva.

Lo dichiara anche a Minà, nell' intervista dal festival di Cannes - dove aveva subito un trattamento molto aggressivo ai tempi dell' Avventura - che ho inserito nel documentario, quando parla del piacere di concorrere e del disagio ad essere trattato come un "mostro sacro". Posso ricordare un episodio. Campione di tennis in gioventù, giocava benissimo a ping pong e dopo che una volta perse smise di giocare e tolse il saluto all' amico che lo aveva battuto. Molto tempo dopo lo risfidò confessandomi che per tutto quel tempo si era costantemente allenato con dei cinesi, qui a Roma».

Dunque è sbagliato credere che soffrisse dell' accanimento, delle battute cattive, dei luoghi comuni caricaturali? In queste testimonianze ironizza volentieri e serenamente. «Non è sbagliato. Ne aveva sofferto molto. Ma negli anni di queste interviste i tempi sono cambiati. I tempi duri cominciano a finire dopo il Leone d' oro a Deserto rosso per dissolversi con le grandi affermazioni internazionali da Blow up in poi. Nessuno osa più parlar male di lui e anzi si rovescia il luogo comune: è improvvisamente diventato per tutti un "grande". Voglio aggiungere un' altra cosa: io non gli ho mai sentito dire una battuta cattiva su nessuno dei suoi colleghi». -