Intervista a Marco Muller, direttore Mostra Cinema Venezia
VENEZIA.IMMANCABILE, come l'uovo a Pasqua e l'allergia di primavera, il direttore della Mostra di Venezia si becca la polemica d'apertura. Quest'anno, la presunta invasione di film italiani in cartellone (otto, non undici come sostiene Spiegel), il vestito "monacale" del concorso, la condanna di Variety per eccesso di costi.
INTERVISTA AL DIRETTORE: «OCCHIO A "THE WRESTLER" DI ARONOFSKY». «Troppa patria? Poche star? Qui c'è il cinema con gli artigli»
CONFERMATO per i prossimi quattro anni, dopo una quartina di successo, Marco Muller smonta con facilità le critiche, segnala una cinquina di film americani in concorso, ribadisce l'inevitabile e benvenuta energia del cinema italiano, punta al giorno di deposizione della prima pietra del nuovo Palazzo del cinema come simbolo, invece, della futura riscossa internazionale della Mostra. E, sinologo con un occhio a mandorla, non perdona gli amici cinesi: « Daremo oggi il nome del film-sorpresa, diretto da una regista cinese che sa fotografare le contraddizioni attuali. È vero che la Cina si è un po' aperta con le Olimpiadi, ma resta l'inaccettabile censura. Se pensiamo al cinema, una dozzina di film sono al momento bloccati perché esprimono punti di vista non armonici col potere».
Troppi film italiani?
«Quattro titoli in concorso è già successo, sotto la direzione di Barbera come sotto la direzione di Pontecorvo. Dipende dalla qualità delle proposte. Come si fa a non notare la capacità di sorprenderci di Marco Bechis e di Pappi Cosicato, che sperimentano sempre nuove strade, o questo apice della maturità di Pupi Avati come la nuova strada, molto emotiva, di Ozpetek. È sotto gli occhi di tutti che il cinema italiano sta attraversando un momento favorevole. E otto film italiani su cinquantacinque è solo stare nella media».
Un concorso che non spara le star della regia, è l'altra critica.
«Per la seconda volta nel mio mandato abbiamo in competizione cinque film americani. Certo, abbiamo puntato su un'altra Hollywood, che sta tirando fuori gli artigli in questi tempi, Naderi, Aronofsky, Arriaga, e poi i Coen e Demme. I contributi artistici, poi: si tratta di presenze artistiche forti, quindi non mancherà la presenza delle star tradizionali. Vorrei dire che, per la prima volta da quando sono a Venezia, ci siamo sentiti liberi, con la nuova commissione, di evitare certe scelte a tavolino. Non credo alla scoperta a tutti i costi nei grandi festival, ma ci sono opportunità diverse, a seconda dei casi, rivelate dai film che la stagione presenta. È anche un'edizione colma di storia e di nuovi incontri col cinema, in conformità con la linea culturale della Biennale».
Gli imperdibili di Muller?
«In concorso? Bè, il "Toro scatenato 2008" di Aronofsky, The Wrestler con Michey Rourke un lavoro trascinante, e poi due titoli che rispondono a chi sostiene che Venezia debba stare a sorvegliare le emergenze dell'arte, la versione di Christian Petzold di Il postino suona sempre due volte, dove però la scena più spinta è un abbraccio in penombra in fondo a un corridoio, e Plastic City di Liu Lik-wai, un asiatico d'azione dove invece di colpi di arti marziali e pistolettate volano colpi di merci nel mercato globale».
La prima pietra del nuovo palazzo del cinema, finalmente. Muller può dove nessuno potè?
«Ci vedremo tra qualche giorno per l'avvio dei lavori, ma è un processo. Io penso al presente, anche se trovo emozionante che parta la costruzione di questo vero tempio hi-tech del cinema, come l'ha definito il nostro presidente. È evidente che ci sarà una nuova Mostra del cinema di Venezia, con una disposizione articolata delle sezioni e un'attività che si protrarrà finalmente nel corso dell'anno intero».










