Biocarburanti, boom di aziende venete
VENEZIA. Soia, colza e girasole. Quello che una volta si estraeva da queste piante era olio ad uso esclusivamente alimentare, adesso i biocarburanti si accingono a diventare il business del futuro. Negli ultimi tre anni, infatti, si è moltiplicato il numero di aziende venete che investono in colture a fini energetici: erano solo 16 nel 2005, per poi diventare più del triplo nel 2006 e letteralmente esplodere lo scorso anno diventando 1.114. Idem per quanto concerne le superfici coltivate: da 45 ettari si è saliti a 7.300.
A favorire la crescita del settore una direttiva Ue che impone l'immissione in commercio del 2% del carburante consumato da fonti bio (3% nel 2009, 5,75% nel 2010). Tra le aziende che stanno cavalcando il fenomeno la Cereal Docks Spa di Camisano Vicentino: da 25 anni impiegata nella lavorazione dei cereali, fatturato 2007 di 160 milioni e previsioni per fine 2008 di 220 milioni, ha investito fortemente per un impianto di raffinazione e transesterificazione (eliminazione della parte grassa degli oli prodotti) per la produzione di 150 mila tonnellate l'anno di biodiesel derivato dal colza.
« Su quello che è il nostro fatturato il biocarburante pesa il 10% - spiega Mauro Fanin, fondatore della società - per noi è una scommessa, ma i risultati ci sono anche grazie alla normativa che impone l'immissione in consumo del 2 per cento». Il processo per ottenere il carburante è apparentemente semplice: una volta estratta la parte grassa dagli oli si aggiunge una percentuale di alcol metilico «e si ottiene una miscela molto fluida che è un gasolio a tutti gli effetti» spiega Fanin. Quello che poi finisce nei serbatoi dei mezzi pubblici non è però un biodiesel al 100%: «si chiama B30 perché composto dal 30% di bio ed il rimanente da gasolio classico» spiega Fanin.
Il ricorso a questa miscela è dovuto dal fatto che il biocombustibile è particolarmente detergente: ottimo per i motori nuovi, meno per quelli usati che si ritroverebbero con rimosse incrostazioni, vecchie di anni, che potrebbero comprometterne la funzionalità. Insomma troppa efficienza. «L'utilizzo dei biocarburanti in miscela può contribuire - sottolinea Fanin - alla riduzione dell'inquinamento da polveri sottili. Una ricerca del Dipartimento di Ingegneria Meccanica dell'Università di Padova ha dimostrato che l'utilizzo di una semplice miscela di B30 consente di abbattere le polveri ultrasottili (cioè inferiori al PM 10) fino al 30% e diminuisce del 35-40% i pericolosi idrocarburi policiclici aromatici».
A questi vantaggi ambientali, correlati direttamente con la riduzione del gasolio classico nei serbatoi, si affianca un progetto di filiera corta: «inutile - spiega Fanin - produrre in Veneto per poi trasportare il carburante, ad esempio a Bari; le aree dove si consuma di più sono quelle legate alla pianura padana». Resta solo la necessità di affrontare il problema costi. Finché ci sono le norme comunitarie che obbligano il settore a galoppare ben venga, ma con un biodiesel a circa 1,6 euro al litro la competizione con i vecchi carburanti non c'è. La soluzione? «La defiscalizzazione - spiega Fanin -. Al Veneto basterebbero circa 6 milioni (per i mezzi pubblici) e si sosterrebbero i prodotti di origine nazionale»
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